tredici romanzo sul suicidio recensione
I Due Mondi di Eva

Tredici

Parlando di Sette minuti dopo la mezzanotte ho concluso che affrontare la malattia e la  paura della morte nei libri per ragazzi sia non solo questione di onestà intellettuale ma anche di responsabilità. Un argomento difficile richiede “semplicemente” più cura nella narrazione. Ma come possiamo parlare di suicidio adolescenziale?

Vedete, ci sono alcune regole per parlare del suicidio nei media e nella letteratura; regole che vogliono prevenire l’emulazione, l’idea che farla finita sia la soluzione migliore per tutti. Alcuni accusano Tredici di aver dato un aspetto troppo glam a un fenomeno in triste crescita, altri invece approvano l’idea che il tabù del suicidio sia stato finalmente sdoganato.
Da parte mia vorrei parlare delle impressioni che mi ha suscitato il romanzo, senza menzionare la serie che non ho visto.

Rendere glam il suicidio di un’adolescente come Hannah non è certo l’obiettivo di Jay Asher e non bisogna aver letto il libro per capirlo; a renderlo tale può essere stato l’enorme successo della serie tv, la quantità mostruosa di ristampe e riedizioni, ma anche l’impostazione narrativa.
L’idea di ascoltare a posteriori la voce di una suicida, quasi il suo testamento spirituale, è molto intrigante ed è stata ampiamente sfruttata non solo in letteratura; tuttavia è un’idea che funziona, soprattutto in relazione alla voce narrante di Clay, che sembra voler instaurare un dialogo impossibile con Hannah, così com’è sempre stato impossibile per lui superare la timidezza e riuscire ad aprirsi con la ragazza di cui era infatuato. Apertura che forse avrebbe potuto salvarla.

Ciò che funziona di meno è il passaggio di mano in mano delle sette cassette, che solo alla fine arriveranno nelle mani di un adulto. La sospensione dell’incredulità vacilla quando una persona scopre quale ruolo abbia avuto nella morte di una compagna di scuola e spedisce (più o meno) tranquillamente le proprie colpe nelle mani di altri colpevoli.  Colpe che, in alcuni casi, sfociano in reati penalmente perseguibili. A far traballare ancora di più questo assetto sono le reazioni stereotipate e piatte dei ragazzi che hanno ricevuto le cassette prima di Clay: vagano per la scuola con lo sguardo perso, subiscono ritorsioni da parte di altri ragazzi coinvolti… nulla di più. Clay stesso, tra un frappè al cioccolato e un caffè freddo, non fa altro che piangere, vomitare, vagare a casaccio nel buio senza che sua madre lo vada a recuperare con il lanciafiamme spianato. Insomma, in questo romanzo solo Hannah è caratterizzata un minimo e l’assenza di personaggi davvero tridimensionali intacca la verosimiglianza del suo piano.

Eppure sono arrivata alla fine del romanzo con un senso di angoscia e un peso sul petto, quindi il romanzo in qualche modo funziona. Escluso Clay, cioè la voce narrante, possiamo osservare che per Hannah tutte le 12 persone rimanenti coinvolte nel suo suicidio non sono altro che delle macchiette, perché non hanno fatto nulla per cambiare il ruolo che avevano scelto di recitare all’interno della loro scuola. Se erano davvero umani, se hanno mai provato un briciolo di pietà o di pentimento, nulla di tutto questo arriva ad Hannah.

Ho depositato un biglietto per la Bradley con scritto: “Suicidio.” […]
Cosa speravo di ottenere dai miei compagni? Diciamo che ero soprattutto curiosa di sentire cosa avevano da dire.
Le loro riflessioni. I loro sentimenti.
E cavolo, se ne avevano. […]
Non potevo crederci.
In passato, la prof Bradley aveva trovato nel suo sacchetto bigliettini che proponevano discussioni di gruppo sul diritto all’aborto, la violenza domestica, il tradimento del partner – uomo o donna che fosse – e il copiare nei compiti in classe. Nessuno aveva mai insistito per sapere chi avesse proposto un determinato argomento. Ma per qualche motivo, nessuno sembrava disposto a discutere di suicidio in astratto.

Hannah stessa funziona, anche qui con qualche pecca. Da una parte infatti non vediamo introspezione perché, pur essendo lei stessa a raccontarci tutto, non sappiamo esattamente cosa abbia provato mentre la sua nuova vita cadeva a pezzi; ci vengono menzionate rabbia, tristezza, solitudine, ma nessuna di queste si traduce in sensazioni comunicabili al lettore. Hannah parla come un libro scritto, un testamento già sigillato, una barriera fra sé e gli altri. D’altra parte, però, Hannah ci insegna quanto gesti minuscoli, insignificanti, possano diventare un peso enorme capace di uccidere. Sono le piccole cose, quelle che capitano tutte insieme senza che i colpevoli ne siano a conoscenza, a distruggerti. In un’epoca in cui si dà scarsa importanza a tutto, dalle persone alle parole, è un messaggio che va ribadito con forza ed è ciò che si propone Hannah con le sue cassette.

Ci sono grossi buchi nel mio racconto. Alcune parti non sapevo davvero come raccontarle. O non ho trovato il coraggio di dirle ad alta voce. Episodi che non sono ancora riuscita a metabolizzare… e che non metabolizzerò mai. Dopo tutto, basta non raccontarli mai ad alta voce, per non doverli mai affrontare fino in fondo.
Ma questo diminuisce forse l’impatto delle vostre storie?
Sono forse meno gravi per il solo fatto che non vi rivelo ogni minimo dettaglio?
Al contrario, è un modo per ingigantirle.
Non avete idea di quello che stava succedendo al resto della mia vita. A casa. Persino a scuola. Non sapete niente della vita di nessuno, se non della vostra. Ma quando giocherellate con una parte della vita di qualcuno, in realtà non stuzzicate solo quella. Purtroppo, è impossibile essere così accurati e selettivi. E il particolare con cui vi siete trastullati finisce poi per influenzarne l’intera l’esistenza.
Tutto agisce… su tutto.

Un altro pregio di questo romanzo è quello di affrontare varie tematiche, di non considerare il suicidio come un fulmine a ciel sereno; non solo perché ricollega tra loro diversi, piccoli eventi distribuiti negli ultimi mesi di vita di Hannah, ma anche perché parla di incomprensioni in famiglia, del divario all’apparenza incolmabile fra adolescenti e adulti, dell’incapacità di comunicare e di essere sinceri fra coetanei. Insomma, mette sul piatto della bilancia problemi “comuni” per quell’età, che troppo spesso però formano un muro invalicabile.

A questo pregio però si accompagna un difetto. Avrei gradito una trattazione un po’ più delicata della violenza sessuale. Non farò spoiler, ma se conoscete le storia sappiate che mi riferisco all’ultima raccontata da Hannah; qui la vittima sembra davvero che se la sia andata a cercare e non è questo il messaggio che deve passare. In realtà, basta una lettura meno superficiale per capire i motivi profondi che hanno portato la vittima a (non) reagire in quel determinato modo, ma le ambiguità di fondo restano e non possono essere accettate in un libro basato su tematiche difficili.

Nel complesso, Tredici mi è piaciuto. Non potrei dare una valutazione del tutto positiva per via dei difetti che vi ho elencato, tuttavia è un romanzo che lascia qualcosa. Rabbia. Sconcerto. Senso di colpa. Ebbene sì, perché ci mette davanti a noi stessi e ci impone di chiederci quali conseguenze possano aver avuto le nostre negligenze. Magari nessuna, ma non possiamo saperlo.

Marta

3 pensieri su “Tredici”

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