sette minuti dopo la mezzanotte recensione
I Due Mondi di Eva

Sette minuti dopo la mezzanotte

Eccoci, questo è il primo post della Sezione Misteriosa, un piccolo esperimento nuovo per me. Non sarà una recensione, perché credo che certi libri non abbiano bisogno della mia voce per essere conosciuti. Mi limiterò a parlarvi di questa breve storia, qualsiasi cosa voglia dire “parlare di una storia”.
Lo farò con altri romanzi, prima di rivelare il nome della Sezione Misteriosa.

Partiamo da una domanda che ci poniamo tutti, da lettori e magari da genitori o zii di bambini e adolescenti: un libro per ragazzi deve essere spensierato oppure può parlare di argomenti tragici?
Ultimamente sembra che i ragazzini siano diventati più “delicati” e sensibili, mentre il problema sono forse i genitori che temono un trauma eccessivo per i loro pargoli.
Ebbene, la spensieratezza e la tragedia possono e devono andare a braccetto, perché nascondere la crudeltà della realtà non farà che rendere più doloroso l’impatto con il mondo là fuori.

Sette Minuti Dopo La Mezzanotte è proprio questo, tragico e spensierato.
Tragico perché il piccolo Conor O’Malley, di appena tredici anni, deve convivere con la grave malattia di sua mamma, con gli sguardi pieni di pietà e imbarazzo di insegnanti e compagni di scuola, con un papà che vive in America e si è costruito una nuova famiglia, salvo ricomparire improvvisamente.

Era passato poco meno di un anno da quando Lily aveva detto ad alcuni suoi amici della madre di Conor, anche se lui non gliene aveva dato il permesso. Quegli amici l’avevano detto ad altri, che l’avevano detto ad altri ancora, e nel giro di mezza giornata fu come se intorno a lui si fosse aperto un cerchio, una zona morta con Conor al centro, circondato da mine, e da allora nessuno aveva più osato avvicinarsi. Di colpo quelli che aveva considerato amici smettevano di parlare quando si avvicinava; non che fossero poi tanti a parte Lily, però… però. Coglieva i bisbigli nel corridoio durante la pausa pranzo. Persino gli insegnanti cambiavano espressione quando alzava la mano per rispondere durante le lezioni.
E così alla fine aveva smesso di avvicinarsi ai gruppi di amici, aveva smesso di badare ai bisbigli, e aveva persino smesso di alzare la mano a lezione.
Non che qualcuno ci avesse fatto caso. Pareva che d’un tratto fosse diventato invisibile.

Spensierato perché vediamo Conor reagire a tutto questo senza la malizia degli adulti: non incolpa sua madre per essere la “causa” di ciò che sta passando, anzi, cerca di starle vicino e di occuparsi in prima persona delle faccende domestiche. Ascoltiamo dalla sua voce l’amarezza nel non avere quello che un ragazzino normale vorrebbe: essere visto, ascoltato, punito per i compiti che non fa anziché essere perdonato con imbarazzata indulgenza.

Sempre senza malizia ci viene mostrato il muro che troppo spesso separa gli adulti dai ragazzi; da una parte abbiamo la nonna di Conor che vorrebbe raccontargli la verità, ma non vi riesce perché lei stessa è coinvolta nella malattia della figlia, mentre dall’altra vi sono gli insegnanti e la madre dell’amica Lily, che sanno ma non trovano il modo di reagire, di dimostrare vicinanza se non con parole vuote, che hanno paura di affrontare con un ragazzino un argomento che, in fondo, nemmeno loro saprebbero gestire se lo vivessero in prima persona. In tutto questo non ci sono accuse né giudizi. Conor si limita a raccontarci della sua vita da invisibile, da bambino “speciale” che nessuno vuole avvicinare. Spetta a noi valutare le motivazioni dei diversi personaggi in gioco.

Il dito puntato è un atteggiamento che non appartiene, così come lo intendiamo noi, ai ragazzi. Loro imparano dagli adulti a colpire con cattiveria là dove fa più male. Una storia per ragazzi deve quindi essere priva di giudizi insindacabili che gli autori, dall’alto del loro vissuto, sono tentati di imporre; questo è molto importante perché i giovani lettori imparino a porsi delle domande e a capire il punto di vista degli altri, ma anche perché gli adulti possano riflettere su quante cose diano per scontate.

In questo romanzo è presente anche una componente fantastica, un tasso che fa da guardia a un cimitero e che può diventare all’occorrenza uno strano mostro.

Chi sono? ripeté il mostro, ancora con quel suo ruggito. Sono la spina dorsale su cui si reggono le montagne! Sono le lacrime piante dai fiumi! Sono i polmoni che soffiano il vento! Sono il lupo che sbrana il cervo, il falco che sgozza il topo, il ragno che mangia la mosca! Sono il cervo, il topo e la mosca che vengono divorati! Sono il serpente del mondo che morde la sua stessa coda! Sono tutto quello che è indomito e indomabile! Portò Conor vicino ai suoi occhi. Sono questa terra selvaggia, e sono venuto qui per te, Conor O’Malley.
«Sembri un albero» fece Conor.
Il mostro strinse il ragazzo fino a farlo urlare.
Non accade spesso che io mi metta a camminare, ragazzo, disse il mostro, lo faccio solo per questioni di vita e di morte. Mi aspetto di essere ascoltato.

Questo non lo rende un romanzo fantasy né lo rende meno realistico, anzi, è il suo punto di forza che scuote nel profondo il lettore, una volta raggiunta la conclusione del romanzo.
Parlare ai ragazzi può essere quasi impossibile con le nostre parole e i nostri schemi mentali da adulti, eppure l’elemento fantastico può giocare a nostro favore e mediare i due punti di vista, quello dell’autore e del giovane lettore. Fantasia e realtà non sono contrapposte, non è possibile estirparne una senza danneggiare l’altra; inserire queste componenti non è dunque un insulto all’intelletto dei ragazzi, a patto che siano motivate e gestite bene (ma, del resto, non curarsene è mancanza di rispetto verso il lettore in generale).

In conclusione, la storia di Conor mi ha insegnato a non avere paura di cosa si può raccontare ma di come lo si fa. Del resto, le storie affondano le radici negli antichi riti di passaggio all’età adulta, trasmettono insegnamenti e gettano una calda luce sulle nostre paure più profonde: non è corretto interrompere questo antico retaggio solo per il timore tutto nostro di non saperle affrontare.

Marta

3 pensieri su “Sette minuti dopo la mezzanotte”

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