Aiuto ho scritto un libro! Guida pratica

Il crowdfunding in editoria

Benritrovati! Finita la lunga pausa estiva, la vostra Marta indosserà l’armatura sopra al bikini e si tufferà per voi nell’ennesimo vespaio: vi parlerà infatti del crowfunding e, soprattutto, dell’irresistibile attrattiva che esercita verso gli editori a pagamento.

Premessa: il crowdfunding è molto usato in ambito artistico, in particolare da illustratori, fumettisti e cantanti al di fuori del nostro Paese. Si tratta sostanzialmente di finanziare alla base un progetto (un’opera in edizione limitata oppure realizzata con tecniche particolari e costose, un album con annesse spese di produzione, registrazione, fotografia e montaggio…) in cambio di una piccola ricompensa (gadget, sconti, incontri riservati con gli artisti…) e della possibilità di prendere parte in modo (inter)attivo alla nascita di tale progetto. È insomma un’opportunità per dimostrare supporto, non solo con un semplice like, a realtà che ci appassionano e incuriosiscono.

Come si può applicare tutto ciò in editoria, in particolare in quella piccola e indipendente, qui da noi? Non raccontiamocela, siamo pur sempre il paese in cui “con l’arte non si mangia”, i libri si piratano per risparmiare 99 centesimi e le recensioni a cinque stelle le mettiamo solo agli amici. Fare leva sul pubblico sembra quindi un’impresa disperata, eppure iniziative del genere non sono poi così rare negli ultimissimi tempi, tanto fra i grandi marchi quanto fra i “pesci piccoli”.
Ci sono fondamentalmente tre modi in cui il crowdfunding si applica all’editoria: due onesti e uno disonesto.

  • Il primo consiste nel delineare un progetto, scegliere un team di professionisti, fare scouting per scovare i primi autori e, infine, aprire una campagna per ammortizzare i costi iniziali. Perché le figure professionali vanno pagate, dall’editor al grafico fino al tipografo, e non c’è nulla di male a non avere subito tutti i fondi necessari. Questo discorso può valere tanto per l’apertura di una nuova casa editrice quanto per il lancio di un libro particolare.
  • Il secondo invece riguarda non l’editore bensì lo scrittore indipendente (se possibile con un buon seguito), che desidera chiedere l’appoggio dei suoi fan per affrontare le spese di editing e/o grafica, oppure per lanciare un’edizione speciale dei suoi lavori.

Sapete perché questi due sono i metodi onesti? Perché si rivolgono al lettore e non allo scrittore.

  • Il terzo è appunto una maschera che cela un EAP e si sta diffondendo a macchia d’olio, specie sui social: si tratta di sedicenti editori che promettono la pubblicazione solo a seguito del raggiungimento di una certa soglia (di follower, like, prevendite…). Potreste obiettare: sì, ma lo scrittore che accetta si rivolge ai suoi potenziali lettori. Il problema è proprio questo terzo passaggio extra. Deve essere l’editore a trattare direttamente con i propri lettori (spoiler: in un mondo normale le case editrici campano solo se hanno tanto pubblico, non tanti autori disposti a pagare) e, qualora lo faccia l’autore, questa attività va sotto la voce promozione e non condizione per ottenere un contratto.

Il crowdfunding nasce per permettere il raggiungimento di obiettivi sempre più ambiziosi con standard di qualità sempre maggiori, e non per annullare il rischio di impresa.
Un EAP 2.0 costringerà l’autore a sponsorizzare un testo privo di editing e correzione di bozze, con una copertina provvisoria e spesso raffazzonata: in pratica una bozza senza nessuna garanzia del lavoro che dovrà migliorarne la qualità. È come se un cantante vi proponesse di finanziare il suo nuovo cd, facendovi ascoltare come demo le sue prove sotto la doccia, registrate con il cellulare. Cosa vi garantisce che quei motivetti, magari orecchiabili, un giorno diventeranno delle canzoni di tutto rispetto? Forse, per catturare la vostra fiducia, il cantante avrebbe dovuto curare meglio la propria presentazione senza farvi ascoltare delle “bozze”. Lo stesso vale in editoria: prima ancora di parlare di professionalità, dobbiamo ammettere che la prima stesura di un romanzo è qualitativamente inferiore alla versione editata e pubblicata. Su quali basi, allora, l’utente finale dovrebbe donare i propri soldi?

Una campagna trasparente non vedrà mai come protagonista un autore sprovveduto, magari senza altre pubblicazioni alle spalle, catapultato nel web con un canovaccio in mano; gli EAP invece hanno la tendenza ad accalappiare esordienti senza alcuna esperienza e a mandarli a elemosinare vendite oppure follower (l’evoluzione dei soldi, insomma) restando però dietro le quinte, cioè senza mettere in gioco la credibilità del proprio marchio. In questo senso non si rivolgono ai lettori bensì agli autori, ed è questa la caratteristica distintiva degli EAP; li potete scovare facilmente sbirciando gli annunci sempre più molesti nei gruppi Facebook, che promettono mari e monti agli aspiranti scrittori e non si appellano mai ai lettori. Certe cose, in fondo, non cambiano mai.

Diverso è il caso in cui il marchio editoriale intervenga in prima linea a fianco dell’autore, prendendo contatti e preparando il materiale, cioè facendo leva sul bacino di pubblico che è già affezionato al marchio. Per i colossi è più facile, senza dubbio, ma sono sempre più numerosi i progetti di editori indipendenti che puntano dritti alla nicchia di lettori che hanno conquistato con le loro pubblicazioni precedenti.

Questo naturalmente non esclude la possibilità di iniziare una campagna da zero, tanto per un autore quanto per un editore: il crowfunding è democratico proprio perché dà le stesse possibilità a tutti, grandi e piccoli. Il segreto è, come sempre, la sinergia.
Non intendo nemmeno dire che l’autore non debba impegnarsi in prima linea per farsi conoscere, ma tutto questo va sotto l’etichetta “promozione” e non “requisito per pubblicare”, come già detto.
Ma di promozione parleremo dal prossimo articolo in avanti. Trattandosi di un fenomeno ancora agli inizi resto naturalmente aperta alle vostre opinioni in merito.
Concludo ricordandovi che le puntate precedenti sono tutte riepilogate qui al fondo.

Marta

20 pensieri riguardo “Il crowdfunding in editoria”

  1. Ciau! ^^
    Condivido tutto quello che dici, bazzicando per il Writer’s Dream mi sono imbattuta spesso in CE come quelle che hai descritto qui… a tal proposito, volevo chiederti: tu credi che Bookabook rientri nella categoria dell’eap 2.0? Io ho letto solo un libro edito da loro, sinceramente, ma mi è bastato :/

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    1. Dopo il dibattito di ieri mi sono andata a guardare un po’ il tuo blog e ci ho trovato un articolo in cui parli in modo entusiasta di un libro di bookabook… Scrivi: “Già dall’anteprima ho notato che l’autore ha uno stile molto poetico, a tratti forse usa qualche perifrasi eccessiva – secondo me – ma capisco come abbia fatto a riscuotere tanto successo: sa scrivere, e molto bene, anche.”
      Puoi farmi capire meglio qual è il tuo parere vero, al netto dei pregiudizi?

      Ps: @marta ci deve essere stato un problema con un commento in risposta a Andersen, perché non si visualizza più.

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      1. @kiki ho letto quella preview e mi era piaciuta, infatti poi ho letto il libro intero anche se non è stato pubblicato con Bookabook. Ho cambiato idea in modo piuttosto drastico perché nel frattempo mi sono imbattuta in un libro fantasy, edito dalla stessa CE, che ho letto e che ho trovato curato male a dir poco. Non ne ho ancora parlato nel mio blog per il semplice fatto che sono indietro con la tabella di marcia, ma intendo recensire anche quello.
        Ora, magari ho avuto sfortuna e gli altri libri loro sono assolutamente meravigliosi dal primo all’ultimo; però c’erano davvero ingenuità pesanti nel libro che ho letto io. Il tipo di errori che un editing degno di questo nome avrebbe rimosso – e sto lavorando con una editor proprio in questo periodo, quindi so di cosa parlo. Quindi, se già avevo i miei dubbi prima, dopo la lettura del libro in questione i dubbi sono solo aumentati xD

        @marta in effetti non vedo la risposta T_T

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  2. Sicuramente ci sono editori poco seri che utilizzano il crowdfunding per coprire un meccanismo di EAP, ma direi che bookabook non è tra quelli. Basta pensare alle favole sul Milan Papà, van Basten e i supereroi che ha raggiunto livelli di vendita stratosferici per un esordiente. Ma non solo quello…. Io di recente ho letto Diario di un condannato a morte, che ho trovato tra i libri suggeriti dai librai in una Feltrinelli e basta digitare sul web per trovare recensioni su giornali tipo l’Espresso. Oltretutto secondo me le loro copertine sono molto curate. Mi sembra che la questione sia più relativa a gusti e opinioni personali e non relativa a evidenze. Io ho guardato ad esempio la copertina del libro che hai pubblicato con Plesio editore e francamente non l’ho trovata di mio gusto. Non per questo ritengo che il tuo libro sia di bassa qualità o che, ancora peggio, l’editore con cui pubblichi sia disonesto…

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    1. Ciao! I criteri con cui si stabilisce se un editore è disonesto non sono le vendite e nemmeno le copertine: ho visto libri Albatros fare bella figura in vetrina nelle librerie di catena, per esempio; alcuni autori avranno affrontato autonomamente le spese di editing (in aggiunta a quelle di pubblicazione), eppure abbiamo ben presente la fama di cui gode (no, non sto paragonando le due realtà). Peraltro il discorso copertine si ferma a quelle fatte circolare prima della fine della campagna, non ho parlato del prodotto finale proprio perché non è questo il criterio. Non ho parlato esplicitamente nemmeno di Bookabook, non essendo di certo l’unico editore a servirsi del crowdfunding e non volendo lanciare accuse campate per aria. Mi dispiace che nel mio articolo tu abbia letto solo questo. Buona serata!

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  3. Conosco poco questo mondo e non sono di certo la persona adatta a progettare una campagna di crowdfunding, ma ho visto un editore gestirla in maniera intelligente in tempi non sospetti (se non sbaglio, sto parlando del 2015).
    In sostanza l’editore s’impegnava, qualora raggiungesse la quota stabilita, a ripubblicare una rivista già edita. Attenzione: sto parlando di un’associazione che non mirava al guadagno, ma alla continuazione della rivista.
    Memore di questo, qualche giorno fa ho proposto il crowdfunding ad altri editori con i quali stiamo progettando un’antologia NO PROFIT e con natura di beneficenza, perché lo trovo un metodo geniale per la gestione delle prevendite, in quanto permetterebbe un potere di diffusione della campagna molto più esteso rispetto a quello di una campagna generica di prevendita e perché lo ritengo un metodo onesto, in quanto rivolto al lettore e non agli scrittori (come giustamente fai notare tu). A questo punto gli altri editori mi hanno giustamente fatto notare che esiste questa terza via. In realtà ne avevo anche già sentito parlare, ma non così dettagliatamente e non avevo dato peso alla cosa. In sostanza, per me la notizia era finita del dimenticatoio. Ora che ti leggo, per quanto il nostro progetto sia effettivamente trasparente e non volto al guadagno, capisco che per un editore tradizionale e free possa essere dannoso associare il proprio marchio a questa pratica, per quanto gestita in maniera trasparente, e me dispiaccio molto perché negli anni, da semplice sostenitrice, ho visto nascere dei bellissimi progetti. – Il tuo editore pinnuto

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    1. In realtà non è necessariamente un male legarsi a questo tipo di soluzione, giusto stamattina ho visto una campagna per dare alle stampe un romanzo gotico vecchio di cent’anni… il punto è sempre capire chi è il pubblico di riferimento e attraverso chi passa la campagna. Il crowdfunding è per definizione trasparente e diretto, non è come chiedere un finanziamento in banca. Qualsiasi velo si frapponga fra l’artista (in questo caso, editore) e il pubblico mi lascia perplessa, perché richiama meccanismi ben noti. Ma sono felice di sbagliarmi, ovvio ^^’

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  4. No infatti, anche secondo me la serietà di un editore non si valuta solamente dalle vendite o dalle copertina. Secondo me si valuta anche dalla distribuzione, dal lavoro di promozione, dalla presenza a eventi culturali, dal loro catalogo ecc. Rispetto ai piccoli-medi editori, al selfpublishing e al crowdfunding generico fatto dal solo autore, bookabook tutte queste cose le fa/offre. Forse non volevi lanciare accuse, ma nel tuo articolo definisci “gli editori in crowdfunding” disonesti e nel commento precedente dici esplicitamente che ti rivolgi a bookabook.
    Ora uno può o non può essere d’accordo con la modalità, ma parlare di disonestà mi sembra un tantino eccessivo. Mi sembra la solita malattia italiana per cui bisogna mettere il bastone tra le ruote a chiunque faccia qualcosa di innovativo.
    Buona serata anche a te!
    PS: anche le copertine dei libri in campagna, secondo il mio gusto, sono mediamente di buona qualità

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    1. Ho spiegato quale modalità sia a mio avviso disonesta, quella che scarica il grosso del peso sull’autore e non sull’editore (come dovrebbe essere). Ci sono appunto diversi modi di approcciarsi al crowdfunding e molti li seguo con interesse.
      Riguardo a bookabook (che non è il fulcro dell’articolo), se hai un’esperienza positiva con loro e ti va di raccontarla a prescindere da questo post, io sono più che disposta ad ascoltare e a riportarla nelle discussioni, dato che in rete non sono l’unica a nutrire dubbi su questo tipo di politica editoriale. In ogni caso ribadisco che il discorso non è incentrato su di loro, perché se devo dedicare un post a una singola casa editrice lo faccio sul mio profilo personale e non su un blog che si propone di aiutare gli esordienti.

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  5. Capisco gli interessi corporativi a difendere il proprio lavoro (o il proprio editore), ma non c’è molto su cui eccepire. Un editore dovrebbe accollarsi tutto il rischio nella scelta e nella pubblicazione di un testo, perché è un imprenditore e come tale fa il suo business nel trovare bravi autori e farli vendere il più possibile. Se un editore non si accolla tutto il rischio ma i soldi che gli servono li fa tirare fuori all’autore, alle quote degli iscritti al concorso, oppure agli amici e ai seguaci dell’autore, poco importa. E’ chiaro che questo editore fa business sull’autore e sui suoi amici, non sui lettori. Certi concorsi e il crowfunding sono il modo elegante per aggirare il rischio di farsi bollare come editori a pagamento, ma io non ci vedo grosse differenze.

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    1. Davvero non capisco: un editore che pre-vende (e attraverso le pre-vendite si copre anche i costi di realizzazione del tutto o in parte) è meno serio di un editore che vende solo dopo la pubblicazione? Ti faccio un esempio: Mondadori, che certo non si può considerare EAP, pre-vende sistematicamente i libri di autori famosi ai librai, forte giustamente del seguito che questi autori hanno. In questo modo, immagino copra del tutto o in parte le spese di realizzazione del libro. Il crowdfunding è la stessa cosa, solo che anziché i librai ci sono i lettori. Tutto qui.

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  6. Ciao Marta, ti leggo solo ora. L’idea di un articolo sul crowdfunding è molto buona, ma fatto così non aiuta un granché e sembra più un pregiudizio che un’analisi. Almeno dal mio punto di vista.
    Ecco perché:
    1- Parli di “un sedicente editore” (quale?) “che scarica il grosso del peso sull’autore”. A questo punto mi aspetterei di sapere qual è questo editore. Invece lo dici da nessuna parte e si resta un po’ con il fiato sospeso.
    2- Il crowdfunding per la musica non funziona come dici nell’articolo. Guarda lo splendido Musicraiser. Lì trovi nomi importanti che naturalmente hanno “già tutto” e che cercano di finanziare il loro prossimo album o il tour, così come realtà che invece sono davvero agli inizi e prima di ascoltare qualcosa passeranno mesi. Credo che la ricchezza di quel sito sia proprio questa, verifica tu stessa e se credi correggi l’articolo sul punto.
    3- Il crowdfunding non è un fenomeno per “indipendenti” e basta, come hai scritto. Anzi, lo usano dei colossi (così su due piedi mi viene in mente Sony) per testare nuove idee e prodotti. E serve proprio a ridurre il rischio, non quello di impresa ma di prodotto. Ha senso mettere sul mercato un prodotto che nessuno vuole? Vedilo come un test. Un test che porta con sé anche pre-vendite e visibilità. Per questo ha tanto successo.
    4- Ci saranno sempre eap travestiti da crowdfunding, da cene di beneficenza, da concorsi letterari. Con il crowdfunding è più semplice smascherare eventuali furboni: se accettano gli auto-acquisti degli autori sono da evitare. Se li vietano sono seri. Semplice semplice.
    5- Non ho capito il discorso sulle bozze. Una campagna di crowdfunding vende (o meglio vende in anticipo) un progetto, un’idea e la possibilità di parteciparvi. Contano (moltissimo, almeno per me): trama e anteprima. Sinceramente non ho mai visto o partecipato a una campagna dove fosse tutto già pronto e confezionato all’inizio. Mi saprebbe di operazione di plastica e solo economica. Parteciperesti a una campagna per un film che è stato già girato? Io no, neanche lontanamente. Il bello del crowdfunding è che entri a far parte di qualcosa e ne segui, se ti interessa, lo sviluppo.
    6- Il libro che ha venduto di più in Italia lo scorso anno è nato in crowdfunding. Pubblicato da Mondadori che si è fatta forza proprio di questo percorso nella promozione del libro. Prova a buttarci un occhio!
    Ciao e complimenti per l’iniziativa del blog! Non prendere queste mie note come critiche, ma solo come un contributo allo sviluppo :)))

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    1. Ciao! Eccoci, ho modificato l’articolo tenendo conto delle tue osservazioni. Spero di aver chiarito meglio la mia posizione, cambiando un po’ il taglio del post. Vorrei comunque risponderti punto per punto, così da capire se sono riuscita a dire tutto quel che volevo:
      1) non è nel mio stile fare nomi nei miei articoli. Non ho modificato quella parte perché è bene che si sappia dell’esistenza concreta di questi editori. Come ho aggiunto, però, è abbastanza facile imbattersi in qualche sospettato se si frequentano gruppi Facebook popolati solo da spam.
      2) nulla da aggiungere, ho tolto il pezzo incriminato e ho cercato un altro tipo di esempio per far capire ciò che intendevo.
      3) qui non ho precisato bene io, spero di averlo fatto adesso. Sono interessata a parlare di realtà “piccole” o quantomeno alla portata di tutti, ossia quelle che rischiano di fregare molte persone.
      4) sì e no, non è così facile. Uso un altro criterio per identificare gli EAP e l’ho messo in chiaro. Del resto, anche se si è in buona fede, è molto difficile controllare che l’autore non acquisti per sé delle copie passando attraverso amici, parenti e così via.
      5) anche qui ho riscritto e aggiunto per specificare meglio.
      6) ho sfruttato questo punto per mettere in evidenza l’importanza dell’autorevolezza di un marchio nel successo di una campagna!
      Fammi sapere!

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      1. Grazie 🙂
        Due riflessioni sulla 4.
        Tecnicamente, se vogliono davvero evitare gli autoacquisti, è molto semplice. Si fa come i siti che limitano gli acquisti e lo si fa incrociando nome, numero di carta di credito e conto su cui è appoggiata. In questo modo aggirare il sistema è quasi impossibile: o hai decine di diversi conti correnti o hai una valanga di parenti e amici. Occhio che EAP è una definizione univoca: è l’editore che pubblica dietro compenso diretto, anche parziale, dell’autore (sotto forma di pagamento o di acquisto copie). Oltre all’EAP classico, ad esempio, credo proprio rientri nell’EAP l’editore che organizza un concorso a pagamento per autori e offre al vincitore la pubblicazione se il vincitore ha pagato la sua quota di partecipazione. Non è EAP l’editore che in un modo o nell’altro riduce o ridimensiona il proprio rischio di prodotto. Ad esempio attraverso uno sponsor terzo (cioè non l’autore, pensa alle collane scientifiche finanziate da questo o quell’ente), un finanziamento pubblico (es: bandi) o privato (es: fondazioni), o l’editore che stampa solo un numero limitatissimo di copie perché è certo di venderle (es: agli iscritti a un corso di formazione). La definizione di EAP 2.0 come escamotage per mettere nell’EAP quello che EAP è un po’ tirata. Un conto sarebbe dire: la casa editrice tal dei tali maschera l’EAP con una finta campagna di crowdfunding e pubblicarne le prove. Un altro conto è dire: il crowdfunding è EAP perché l’editore, a tuo avviso, rischia meno.
        Un saluto!

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    1. Ciao Francesco, i commenti devono essere approvati da me e semplicemente non mi era arrivata la notifica. Mi dispiace vedere come il mio lavoro di un anno e mezzo sia giudicato dalla frequenza con cui guardo il cellulare e da un articolo solo. Buona giornata.

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