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Self-publishing, miti e leggende

Mi avvicinai al mondo dei selfpublishers nel 2012; fu il primo spiraglio che mi permise di vedere oltre gli scaffali delle librerie di catena, oltre i nomi dei colossi editoriali. Per qualche tempo lo credetti l’unica possibilità di pubblicare libri in modo indipendente, ossia slegato dalle principali case editrici.
Viene da domandarsi perché conobbi prima il self-publishing e solo in seguito l’universo della piccola editoria.

Nonostante in questi anni il mondo self sia cambiato parecchio, fra piattaforme sempre nuove e servizi in continuo aggiornamento volti al confezionamento di prodotti concorrenziali, certe cose non mutano mai: ci sono dei punti fermi, delle leggende metropolitane che rovinano la reputazione non solo dei selfpublishers ma di noi autori tutti, ma vi sono anche dei pregi innegabili che fanno propendere per il self a discapito degli editori tradizionali.

Perché il self è bello? Perché dà autonomia, guadagni elevati, contatto diretto con il lettore e con le piattaforme, non impone tempistiche né beghe burocratiche. Questi sono i motivi principali per cui tantissimi aspiranti autori si buttano a pesce sul self. Ma perché non lo fanno tutti?

  • Autonomia
    Wow che figo, devi essere bravissimo ad aver trovato un grafico per la tua copertina e un editor con cui collaborare in piena sintonia! Sai, a un mio amico la casa editrice ha imposto tutto e non si è trovato bene, tu invece hai potuto scegliere tutto da solo!
    La risposta media che otterrete dal selfpublisher medio sarà: eh?
    Avere più autonomia significa avere (parecchi) soldi da investire per curare ogni aspetto del proprio libro, dall’editing alla grafica, dalla promozione all’acquisto di copie. Fare self non significa caricare un file che abbiamo corretto seguendo i suggerimenti di Word. Significa essere imprenditori di se stessi e quindi cacciare il denaro e avere occhio per i collaboratori. L’autonomia quindi non è un prato fiorito in cui annusare le margherite.
  • Guadagni elevati
    Preferite guadagnare il 40% su 4 copie vendute, o il 4% su 40 copie?
    Le percentuali elevate allettano tutti, non siamo ipocriti. Mentre un editore (serio, lo ribadisco) può fornirvi una base consolidata di lettori affezionati, il self-publishing vi butta in una piazza piena di sconosciuti, di cui dovete guadagnare la fiducia partendo dallo zero assoluto. Se per voi sono più importanti i soldi, è probabile che ne avrete di più con le vostre 4 copie all’anno in self; se però preferite tirare la cinghia e costruirvi un seguito per i vostri romanzi, valutate con occhio molto attento il self con la sua spietata concorrenza (soprattutto se scrivete in ambito romance o fantasy alla Tolkien) se siete alla vostra primissima pubblicazione.
  • Contatto diretto
    Se vendere e vendersi fosse facile, beh, vivremmo in un mondo completamente diverso. Avere contatti con i lettori richiede sia la capacità di vendersi continuamente, sia di mostrare il proprio lato più umano: non potete essere scortesi né scostanti, non dovete tirarvela e nemmeno lapidare sulla pubblica piazza chiunque non sia d’accordo con voi. Virtualmente sui social e fisicamente nelle fiere, la gestione di ogni singolo lettore ricade interamente sulle vostre spalle. Se rifiutate ogni contatto con il pubblico perché per voi lo scrittore è un eremita dannato, scordatevi anche le vostre misere 4 copie all’anno.
    Educazione, cortesia e pazienza occorrono anche nel gestire le piattaforme e gli store attraverso cui vendete e pubblicate. Organizzatevi in tempo e non date la colpa a chi non ce l’ha se vi svegliate tardi per una fiera o una presentazione.
  • Tempistiche e burocrazia
    Spesso vanno di pari passo, perché un editore può vincolarvi a scrivere un certo numero di libri in un fissato arco temporale, oppure imporvi delle clausole così limitanti da togliervi ogni libertà. Con il self non c’è nulla di tutto questo, ma sappiate che dovete essere molto prolifici per restare a galla in un mondo così vasto e spietato.

D’altra parte, al self si attribuiscono colpe che non ha:

  • è uguale a pubblicarsi a pagamento
    La differenza principale tra un EAP e il self, quella che fa cadere ogni argomentazione, è molto semplice: l’autore vende i diritti delle sua opera a un EAP in cambio di una pacca sulla spalla e un calcio nel sedere, mentre autopubblicandosi non solo mantiene i diritti sul romanzo ma riceve anche percentuali importanti.
  • Se ti pubblichi in self è perché gli editori non ti vogliono
    La stragrande maggioranza di chi pubblica in self lo fa per questo motivo, negarlo è da stupidi. Tuttavia, se questa è la vostra strada, non siete soli: lottate con le unghie e con i denti per presentare un prodotto curatissimo e dimostrare che no, non tutti i libri autopubblicati sono delle schifezze uscite da mani incapaci. Il self di qualità esiste e deve emergere dal mare di obbrobri pubblicati ogni giorno.
  • Ti autopubblichi perché temi il giudizio di un editore
    Un editore è un filtro e le sue decisioni sono mosse da molti motivi: attinenza con il proprio catalogo, richieste espresse dal proprio pubblico, storia buona ma troppo simile a una appena pubblicata… insomma, il giudizio di una casa editrice non è vangelo e spesso il proprio libro capita nel momento sbagliato. Questo per dire che non è fondamentale ricevere il responso di un editore per buttarsi sul self-publishing: un autore ha tutto il diritto di non essere interessato ad altri giudizi che non siano quelli della sua base di lettori.
  • Autopubblicarsi è facile e quindi non è serio
    Ci sarebbe una precisazione da fare: caricare il proprio romanzo online è facile, autopubblicarsi comporta moltissimi passaggi precedenti che, come abbiamo visto parlando dell’autonomia, sono tutt’altro che immediati. Il discorso è sempre quello: un prodotto scadente è il semplice risultato di scelte effettuate al ribasso o, peggio ancora, ignorate del tutto.
    Aggiungerei che, date le responsabilità che il selfpublisher si carica sulle proprie spalle senza dividerle con un editore, bisogna un po’ rivalutare il concetto di serietà.
  • Lo fanno tutti, io non voglio essere come gli altri
    Scrivere è una cosa che fanno tutti. Se il vostro interlocutore non vuole essere come gli altri, suggeritegli di dedicarsi alla pittura anaerobica, un campo in cui sicuramente non avrà concorrenti e in cui potrà sfogare al meglio il suo estro artistico. Perché chi vi dice così non è conscio di nessun processo in ambito editoriale, anzi, finirà per ammorbare il mercato con prodotti di infima qualità.

Spero di avere sfatato un po’ di leggende metropolitane in cui io per prima ho creduto, all’inizio, e che ho abbandonato dopo essermi informata e aver letto parecchi libri self.
Se avete ulteriori suggerimenti o volete raccontare la vostra esperienza, siete sempre in benvenuti!
Infine vi ricordo che potete consultare il riepilogo aggiornato della rubrica al fondo di questa pagina!

Marta

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4 pensieri riguardo “Self-publishing, miti e leggende”

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