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(Non) Abbattere gli stereotipi: quando la banalità si traveste da innovazione

Molti stereotipi letterari hanno abbandonato la loro origine archetipica e nascondono al loro interno diversi schemi mentali piuttosto preoccupanti. In particolare, mi sta molto a cuore il problema dei personaggi femminili, nella narrativa di genere e non.
Passate le epoche della donna-angelo, della domina impietosa e della femme fatale volubile, sarebbe stato legittimo pregustare l’avvento di figure più vere, reali e diversificate. Invece eccoci a saltellare da una macchietta all’altra, seguendo mode di dubbio gusto e senza mai accorgerci che i personaggi sono prima di tutto persone.
Ci sono autori abilissimi a destreggiarsi tra virtuosismi linguistici e lirismi filosofici, acclamati nonostante le loro eroine siano un concentrato rivoltante di banalità che ammorbano l’immaginario comune. Perché questo aspetto non suscita mai scalpore? E perché ogni tentativo di creare un buon personaggio femminile spesso fallisce?

La bella principessa indifesa ha stufato! No, siete voi che non la sapete gestire.
Perché è finita in un castello sorvegliato da un drago? Perché non può o non vuole scappare? E se il principe azzurro fosse un vecchio bavoso e il drago un gentiluomo d’altri tempi? Non è vero che le vecchie storie sono superate, né che propongono modelli dannosi. Inventiva, ragazzi, ecco cos’è che abbatte gli stereotipi. Non cercate scuse per proporre schifezze con la scusa della novità.

Oh io preferisco il fantasy moderno perché c’ha le guerriere con le tette grosse.
Eh, appunto. Essere un personaggio forte non significa dismettere i panni delle fiabe per imbracciare armi che violano ogni legge della fisica e (non) indossare abiti succinti, che stuzzicano l’immaginario occidentale eterosessuale. Tra l’altro, voglio proprio vedervi a brandire uno spadone o tendere un arco con una quinta di reggiseno imbottito di metallo. Morale? Create i personaggi per la storia, non per il pubblico.

Questi sono esempi tratti dal fantasy, ma si ripercuotono su ogni altro genere. Non mi capita spesso di buttarmi su un autore bestseller, ma le poche volte che ci casco mi ritrovo a che fare con due tipologie di personaggi femminili: quello misterioso e testardo (che finirà subito a letto con il protagonista) oppure quello audace ma riservato (che deciderà di concedersi al protagonista quando meno se lo aspetta, almeno secondo l’autore). Riscontro questa dicotomia anche tra gli esordienti, non sentitevi esclusi.
Lo vedete il problema di fondo? Se la risposta è no, ve lo dico io: troppo spesso, le eroine sono create in mera funzione della figura maschile.

Che noia che sei, vuoi dirmi che non ti piacciono quelle belle gnocche potenti, volitive e… basta così, grazie. Mi vanno più che bene se sono costruite a dovere nonché coerenti. Se però sto leggendo un libro in cui l’espressione massima dell’emancipazione femminile è una vecchia megera che usa il proprio potere per diventare giovanissima, bellissima e attraentissima agli occhi del macho di turno, che puntualmente la sedurrà nei luoghi più scomodi dell’universo, posso dire che mi fa cascare le braccia? Magari scopro pure che questa ineffabile bellezza rispecchia gli standard di Playboy, in barba al contesto medioevale. Non la sentite la nota stonata?

Allora vuoi le donne in cucina, confessalo! Ripetete con me: sì, se il personaggio è coerente e ben inserito nel suo ambiente.

Negli ultimi anni, sembra quasi che scrivere di donne deboli e sottomesse sia un delitto, mentre inserire adolescenti fisicamente forti e piacenti (con una bella sindrome di Stoccolma, why not) sia segno di innovazione e “rottura con il passato”. Che ne dite di urlare un bel basta?
Cari autori, dovete smettere di ragionare basandovi sul pubblico e sulla mania di essere originali a ogni costo, soprattutto se non ne avete le capacità. Se volete scrivere di un mondo maschilista, in cui la massima aspirazione per una donna è fare la prostituta d’alto bordo, preoccupatevi piuttosto di consolidare le basi della vostra storia e della società che state creando.
Agli antipodi, se vi attira l’idea di una civiltà matriarcale in cui siano rappresentate donne di ogni età, ceto, etnia e orientamento sessuale, pensate di più a rendere coerente ogni dettaglio e meno alla folla che vi accuserà di essere un/una feminazi.

Il messaggio che vorrei far passare è duplice. Innanzitutto, iniziate a vedere i vostri personaggi come creature senzienti a tutto tondo, non come macchiette da muovere perché bisogna arrivare alla fine. Servono anni di esercizio e osservazione e comunque non si impara mai del tutto, quindi non adagiatevi sugli allori.
In seconda battuta, se le vostre storie trattano argomenti controversi (patriarcato/matriarcato, mentalità incentrata su sottomissione e violenza, razzismo), fregatevene del politically correct e date voce alle persone create dal vostro cervello.
L’esempio più tipico in questo caso è il test di Bechdel. In caso di fallimento, il vostro testo è davvero sessista? Se i personaggi femminili non c’azzeccano niente con la storia oppure non sono indispensabili, beh, l’unica cosa che dovete fare è gestire al meglio quanto avete creato. Il sesso dei personaggi non è certo indice di qualità.

Potreste desiderare di distaccarvi da ciò che avete scritto (non tutti i creatori di mondi maschilisti sono dei nice guy frustrati) per non attirarvi critiche da ogni parte: non abbiate paura a usare social e interviste per esporre il vostro punto di vista sugli aspetti più problematici delle vostre storie. Il dialogo è alla base dell’arte, soprattutto quando è costruttivo.
Il pubblico sarà rapido a giudicarvi tanto quanto è veloce a condividere una notizia, ma spetta a voi autori educarlo, ribattendo alle critiche e aprendovi al confronto, senza paura. Questo è il vero segreto per abbattere ogni stereotipo.

Marta

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5 pensieri riguardo “(Non) Abbattere gli stereotipi: quando la banalità si traveste da innovazione”

  1. “Il sesso dei personaggi non è certo indice di qualità.” <- grazie mille per questo post, era ora che qualcuno lo dicesse!
    Per quanto riguarda il discorso "draghi&principesse", un tempo usavo dire che è l'ora che le principesse smettano di aspettare che arrivi un principe azzurro a salvarle e che inizino a uscire coi draghi… 😛

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  2. C’è un bellissimo lavoro di Neil Gaiman (tanto per cambiare) dal titolo “The Sleeper and the Spindle” che prova a mescolare e reimmaginare diverse fiabe classiche, da Biancaneve alla Bella Addormentata, in un’unica storia incredibilmente moderna e divertente, la cui protagonista è una principessa “forte” che palleggia con gli stereotipi senza caderne vittima. Nel momento in cui si prende uno stereotipo ci si può giocare sopra anche senza snaturarlo, a seconda dell’effetto che si vuole ottenere. Se poi l’obiettivo è stimolare gli ormoni di un certo tipo di lettore (di qualsiasi genere sessuale) per farne un driver di scelta, magari anche con l’aiuto della copertina, c’è poco da fare ragionamenti aggiuntivi 🙂 Ma non è roba di oggi, possiamo partire da Red Sonja…

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  3. Ecco, 90 minuti di applausi ci stanno tutti. La coerenza narrativa è una delle cose che vedo evaporare tutte le volte che leggo una storia scritta da un sedicente scrittore, ma che ha vinto si e no il premio “bello de zia 2016”. E pure: se il personaggio è credibile, insomma le eroine di Howard, di Wagner, ma pure di Conan Doyle (Che non scriveva solo di Sherlock) Vance o Burroughs, lo stereotipo diventa piacevole e affascinante. Insomma: il bikini a piastre o in chainmail attira. Solo: va usato bene. La guerriera in bikini sul ghiacciaio della morte, col dovuto rispetto, crepa in un paio di ore se non c’è vento e va in ipotermia dopo 5 minuti di brezza a 8km/h. In nessuna storia di Vance con guerriere discinte si sta sotto i 25°C. Barsoom era un luogo desertico che evocava caldo secco al solo leggere delle sue sabbie. Sabbia = Spiaggia = Bikini o anche meno e infatti… al di là del crudele adattamento operato dalla Disney, i personaggi femminili incontrati da John Carter nella saga di Barsoom erano degli stereotipi affascinanti.
    Viceversa un personaggio vestito in modo assolutamente accollato, amante delle coccole e del cibo buono E abbondante era Friday, di Operation Tomorrow, di Heinlein. Anche là era perfettamente coerente con l’ambientazione, deliziosamente femminile e tuttavia temibile per l’arsenale che si portava addosso, la sua capacità nell’utilizzarlo e la determinazione nel perseguire i propri scopi. Forse il miglior personaggio femminile (basato su stereotipi, per giunta) scaturito dalla penna di un uomo.
    Ciò che rende un personaggio piacevole da leggere è la sua coerenza con l’ambientazione. Che sia un cliché o uno stereotipo diventa un fatto marginale.

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