I Superstiti di Ridian

La Terra del XXV secolo: le oasi artificiali

Ci eravamo lasciati con una Terra prostrata dinanzi all’ingordigia umana, divorata dal ghiaccio fin quasi alle nostre latitudini e spogliata delle sue forme di vita spontanee. Com’è sopravvissuta l’umanità mentre si compiva un simile disastro?

Nel secolo in cui si ambienta il romanzo, le città così come le conosciamo non esistono più da tempo: sulle loro rovine, spesso molti metri di ghiaccio più in alto, si ergono delle vere e proprie oasi artificiali, saldamente ancorate al suolo dilaniato. Dentro queste oasi, protette da una cupola sostitutiva dell’atmosfera terrestre (ormai satura di inquinamento e gas serra), si sviluppano nuclei abitativi accuratamente calcolati per non sovraccaricare i terreni resi fertili con metodi artificiali. In sostanza le oasi sono l’unico luogo in cui ancora esista l’agricoltura, mentre l’allevamento, non sostenibile, è stato rimpiazzato dai prodotti animali artificiali; le fabbriche e i centri di ricerca, invece, hanno oasi proprie nei luoghi più impervi ma meno contaminati.
Gli spostamenti tra le oasi sono rari, perché l’autosufficienza è diventata la parola d’ordine a partire dal secolo precedente.

L’esigenza di schermare le città si fece sentire a partire dalla fine del XXI secolo, quando il surriscaldamento globale era una realtà già irreversibile; sebbene se ne fosse (finalmente) riconosciuta l’entità era ormai troppo tardi per agire sulle cause. Gli antenati delle cupole furono i pannelli, sopra i centri abitati e in orbita, per schermare i raggi del sole e ricavare energia pulita.
Nel frattempo le aree costiere venivano abbandonate a se stesse. La popolazione cercava rifugio sui rilievi naturali del terreno e, dove non erano disponibili, nei punti più alti delle città. La repentina migrazione sconvolse i fragili equilibri che ancora resistevano sulla Terra: se nelle zone rurali dell’entroterra era ancora possibile condurre una vita normale, pur lottando contro i periodi di siccità sempre più prolungati, le zone residenziali crollarono ben presto sotto la bandiera dell’anarchia e della disperazione.

Nonostante la popolazione risulti dimezzata rispetto ad allora, nel XXV secolo  le oasi non sono sufficienti per contenerla; la maggior parte degli abitanti vive infatti all’esterno, mentre le nuove generazioni arrivano sulla Terra solo quando i terreni fertilizzati sono pronti per sostenerle. È dunque possibile la vita oltre la barriera della tecnologia umana? La risposta è: sì, a prezzo altissimo. Chi vive nelle baraccopoli raccatta i pochi scarti espulsi dalle oasi, usandoli per nutrirsi e costruirsi un riparo dal sole impietoso o dai ghiacci voraci. Quando il cibo non basta, subentra il cannibalismo. Furti, assassinii e malattie: la vita fuori dai paradisi artificiali è questa.
La vita nelle oasi, d’altra parte, non è sicura perché non è garantita: attraverso i ricordi della Terra conservati dalla professoressa Handel, vedremo alcune tra le sue colleghe svanire nel nulla, riapparendo come cadaveri nelle periferie. Questo significa che essere nati in un’oasi non protegge dalla necessità di espellere qualcuno, quando i terreni non raggiungono la produttività attesa.

La situazione che vi ho descritto perdura dalla metà del XXIII secolo; l’essere umano ha tentato la fuga su Ridian poco prima di cadere in questa spirale di autodistruzione.
Le prime oasi sono sorte nella prima parte del XXII secolo, come esperimento di sopravvivenza diventato presto un modello. Come detto sopra, alcune sorgono sulle rovine di antiche città, le poche che sono scampate all’anarchia quel tanto che è bastato per non abbandonarle a se stesse; la maggior parte si concentra nella fascia equatoriale, dove la sabbia costituisce una difficoltà minore per la loro costruzione. I ghiacci infatti sono minati alla base dagli sconvolgimenti del suolo e non è raro, per gli studiosi che vivono a latitudini maggiori, risvegliarsi ogni mattina con una diversa linea d’orizzonte.

Per questa ragione, la lingua che si parla sulla Terra non richiama più la supremazia della cultura occidentale; ai ricordi dei fasti del capitalismo americano, infatti, si è mescolata la forza dell’unico continente che ha sempre convissuto con le peggiori difficoltà in termini di clima e autodeterminazione: l’Africa.

Gran parte di questi dettagli sono solo accennati nel romanzo, ma sono stati tutti considerati in fase di stesura. Nel prossimo articolo ci imbarcheremo sulla nave della speranza che porterà gli umani su Ridian e inizieremo a conoscere la civiltà che verrà distrutta con tanta ferocia.

Se volete saperne di più su I Superstiti di Ridian, vi rimando a questo link.

Marta

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