La Terra del XXV secolo: un deserto di ghiaccio e sabbia

Cominciamo finalmente il nostro viaggio nell’universo distopico de I Superstiti di Ridian. La prima tappa sarà la Terra: dal nostro pianeta, ormai allo stremo, partirà infatti la missione per colonizzare Ridian, scatenando la guerra che porterà alle vicende narrate nel romanzo.

Siamo nel XXV secolo, molto lontano da noi ma ancora troppo vicino per non speculare sulla vita che potremmo condurre. In questo caso le previsioni non sono ottimistiche: il ghiaccio ha inghiottito la maggior parte della superficie terrestre, estendendosi fino alle latitudini della Germania meridionale, mentre la fascia equatoriale è polverizzata in miliardi di granelli di sabbia; tutto il resto è terra brulla e linee costiere divorate dagli oceani. Come siamo arrivati a questo punto?

I Superstiti di Ridian nacque da un incubo conseguente al diploma; in quella notte, il mio cervello esaurito riesumò, tra le altre cose, un documentario che vidi in seconda liceo: quell’anno conobbi la teoria dei six degrees di Mark Lynas ed è su questa base che ho costruito la mia Terra distopica.
Lynas dipinge diversi scenari apocalittici, uno per ogni innalzamento di grado della temperatura media del globo; al liceo non andammo mai oltre il secondo, così alla Terra del mio romanzo sono bastati due soli gradi per crollare sotto il peso dell’umanità. Raggiunta questa soglia, infatti, lo stravolgimento climatico diventa irreversibile, mentre l’umanità non è ancora stata capace di elaborare in fretta una soluzione.

Ne I Superstiti di Ridian, due gradi hanno portato allo scioglimento delle riserve di ghiaccio, ai poli e nell’entroterra; l’acqua gelida è confluita negli oceani, provocando la scomparsa di ampie porzioni di terra e il ridisegnamento delle linee di costa. Al surriscaldamento globale è quindi seguita una lunga era glaciale: i ghiacciai sciolti hanno soffocato la tiepida corrente del Golfo, che manteneva le acque degli oceani tiepide, provocando così un crollo della temperatura e l’estinzione graduale della fauna degli oceani.
Ecco perché nel XXV secolo il gelo stringe la sua morsa oltre l’antica fascia temperata.

L’avanzata dei ghiacci non è stata ostacolata in alcun modo perché, a partire dal XX secolo, la Terra ha assistito a una deforestazione selvaggia. Senza alberi, i terreni inaridiscono e diventano fragili, cedevoli; il freddo li ha induriti senza sforzo e l’acqua congelata li ha divorati. La stessa deforestazione è stata anche la causa delle ampie aree desertiche e aride, aggrappate disperatamente all’equatore. Nel background del romanzo, tutto ciò è avvenuto a cavallo tra il XXII secolo e il XXIII, quando l’umanità aveva già volto gli occhi alla Galassia in cerca di salvezza e aveva scoperto Ridian.

La diminuzione di acqua dolce causata dalla siccità e dall’inquinamento dilagante delle falde acquifere ha lasciato campo libero all’aumento incontrollato del livello marino e, dunque, di acqua salata; gli oceani hanno quindi cominciato a risalire i fiumi (fenomeno già in atto nel nostro secolo) provocando un’ulteriore sterilità nel terreno e costringendo l’umanità in zone lontane dalle coste ormai inospitali. Questi sconvolgimenti, uniti al disperato tentativo dell’uomo di restare aggrappato alle energie fossili, hanno inasprito i fenomeni di subsidenza dando così il colpo di grazia ai corsi d’acqua e ai profili continentali.
Il deserto e le aree brulle sono conseguenze di fenomeni in atto già adesso nel bacino mediterraneo, per esempio, mentre le distese di ghiaccio potrebbero non essere una mera fantasia, soprattutto ora che la presidenza americana ha deciso di uscire dal trattato di Parigi, negando l’evidenza. Come vedete, non ho cercato basi lontane dalle realtà: la fantasia trova sempre spunti dalla cruda analisi della realtà.

Questi sono gli sconvolgimenti che, nel romanzo, hanno portato l’umanità a rinchiudersi in oasi artificiali, di cui vi parlerò nel prossimo articolo di approfondimento.
Questi sono i motivi per cui, nel XXII secolo, immense energie e risorse sono state investite nella mappatura completa della Galassia alla ricerca di pianeti adatti a essere terraformati e, dunque, a ospitare le nuove generazioni. Gli occhi degli astronomi si sono posati su Ridian, prossimo al centro della Galassia e carico di promesse; la partenza è avvenuta nel XXIII secolo, con una nave adatta a essere riassemblata in loco per convertire in energia la forte attività del sottosuolo di Ridian.
Con quella nave sono partite tutte le speranze del genere umano, e con essa è cominciato il lungo inferno di Ridian.

Il documentario

Tradotto dalla National Geographic con il titolo Sei Gradi Possono Cambiare il Mondo, non sono mai riuscita a reperirlo integralmente. In italiano l’ho trovato solo a questo link, anche se credo sia stato tagliato in minima parte per ragioni di copyright. Se deciderete di vederlo, noterete come non abbia seguito la teoria dei sei gradi alla lettera: mi sono fermata a due gradi di aumento, come detto sopra, e ho aggiunto degli elementi in più che il documentario non considera. Non sono una scienziata del clima ma ho cercato la massima verosimiglianza per il mio romanzo.
Un dubbio che potrebbe sorgere è il seguente: perché ritengo che l’umanità, nonostante tutto, decida di restare comunque fedele alle fonti energetiche fossili? Vedete, senza tirare in ballo l’efficienze delle alternative green, su cui comunque si dovrebbe investire di più, nemmeno io volevo credere che la nostra specie sarebbe stata così cieca fino all’ultimo… poi ho visto il nuovo presidente americano annunciare non solo il ritorno al carbone, ma anche un drastico taglio di fondi alla ricerca sul clima per assegnarli all’esplorazione spaziale. Allora mi sono detta che Ridian non è poi un miraggio tanto lontano.

Marta

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